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PACE E CRESCITA:
TESTATE NUCLEARI CONVERTIRLE PER LO SVILUPPO

Nuove risorse dal disarmo

Dai megaton (milioni di tonnellate equivalenti di tritolo, così viene calcolata la capacità distruttiva delle armi nucleari) ai megawatt, unità di misura che corrisponde ad un milione di watt e che esprime la potenza degli impianti di generazione elettrica. Di più: dai megaton, forieri di morte e di distruzione, ad una nuova epoca di sviluppo e di pace realizzata trasformando – metaforicamente ma nemmeno troppo – le spade in aratri e le lance in falci, secondo il vaticinio di un profeta che si chiamava Isaia e parlava al popolo di Israele settecento anni prima di Cristo, in tempi critici. Come critici continuano ad essere i tempi di oggi.

Partire dai megaton, dunque, per assicurare energia a costi contenuti a quella parte del mondo che di energia non può disporre per carenza di risorse interne e per impossibilità di acquistarne sul mercato internazionale. Quali megaton? Quelli delle testate atomiche che sulla base degli accordi stipulati tra Mosca e Washington al termine della guerra fredda (il piano ventennale risale al 1993) hanno dovuto o devono essere smantellate. Su questa problematica è stato recentemente avviato un ampio confronto nel corso del meeting milanese dell’Associazione dell’industria nucleare europea (Ens), davanti ai cui rappresentati Giuseppe Rotunno, segretario del Comitato per una civiltà dell’amore, ha illustrato le possibilità concrete di correlare la conversione nucleare allo sviluppo. Il documento presentato da Rotunno è sottoscritto da 160 organizzazioni non governative italiane che operano a favore dei Paesi più poveri e che si battono per la pace e per la tutela dell’ambiente.

Nel testo, accolto con interesse dagli esponenti dell’Ens, si sottolinea che, a differenza dello smantellamento delle armi convenzionali, il processo di disarmo nucleare offre la possibilità di convogliare risorse nuove per contrastare la fame e la povertà nel mondo. Infatti, la quantità di energia ricavabile dalle decine di migliaia di testate in fase di smantellamento, che contengono un migliaio di tonnellate di uranio arricchito, è davvero colossale, «pari almeno all’elettricità consumata dall’intera popolazione mondiale nell’arco di un anno».

Non solo. «Le attività di conversione già operanti tra le superpotenze Usa e Russia con le metodologie disponibili che hanno permesso la neutralizzazione delle prime diecimila testate possono progredire – ha sottolineato Rotunno – così da condurre all’eliminazione degli arsenali nucleari». «È arrivato il momento di usare i megaton atomici per la pace e per lo sviluppo», ripete il segretario del Comitato per la civiltà dell’amore. «Le testate possono fornire combustibile anche per le centrali elettronucleari dell’Europa centrale». Ma intanto il discorso si ampia, la prospettiva spazia sul resto del Pianeta, sulle zone più svantaggiate. «L’esperienza degli economisti e degli studiosi ma anche il buon senso comune portano a ritenere che il divario tra il Nord e il Sud del mondo, anziché diminuire, sia aumentato nonostante 50 anni di lotta sistematica al sottosviluppo. Si tratta allora di valorizzare un tipo di sostegno basato su interventi nella forma di microprogetti che hanno dato risultati più concreti di quelli ottenuti con i grandi interventi. L’esperienza lo dimostra». Senza energia però non si fa nulla, non si crea sviluppo, non si alimenta la crescita. Se, dunque, la conversione in nuove risorse economiche degli strumenti di distruzione di massa, a cominciare dalle testate nucleari in disarmo, contribuisce a ridurre il rischio di una apocalisse planetaria e crea un clima più favorevole alla sicurezza di tutti i popoli, il programma megaton per lo sviluppo proposto dall’Italia giunge a calcolare un vero "dividendo economico" che dalle attività di riconversione può derivare. Si stima una ricaduta pari a 500 milioni di dollari su un arco di dieci anni per il risparmio di combustibili fossili. Senza dimenticare che questo risparmio si tradurrebbe nella mancata immissione nell’atmosfera di qualcosa come un milione di tonnellate di anidride carbonica (naturalmente, è necessario utilizzare il combustile fissile in centrali già esistenti o realizzarne di nuove dove manchino. E ciò non esente dai problemi, in primis per le scorie).

Il dividendo complessivo proveniente dalla conversione dell’uranio arricchito delle bombe (attraverso vari passaggi viene portato ad un livello di attività tale da consentirne l’impiego nelle centrali elettronucleari civili) corrisponde, per un programma come quello in corso, a oltre cinque miliardi di dollari. Trasformare ordigni di potenza apocalittica in combustibile per impieghi pacifici produce infine altri aspetti positivi non quantificabili in termini monetari, ma indubbiamente rilevanti. Si pensi solo alla riduzione dei costi di stoccaggio delle testate e alla parallela riduzione dei rischi di proliferazione incontrollata. Ovviamente – ma questo riguarda il risvolto politico della proposta italiana finalizzata al Terzo Mondo –, per fare in modo che la destinazione del dividendo economico della riconversione sia effettivamente indirizzata allo sviluppo, occorre attuare un complesso di pressioni sui governi interessati, donatori e riceventi. Potrebbe essere utile – si suggerisce – l’istituzione di una agenzia internazionale con finalità specifiche.

Antonio Giorgi ((Avvenire 13-04-07)